A Davos, il 20 gennaio 2026, Mark Carney, primo ministro canadese, ha detto una cosa che fotografa perfettamente il tempo in cui viviamo: l’ordine internazionale basato su regole si è incrinato e la competizione tra grandi potenze è tornata brutale. Per questo le medie potenze devono stare insieme, perché “if we’re not at the table, we’re on the menu”: se non sei al tavolo, finisci nel menù.
È esattamente dentro questa logica che Trump tratta l’Unione europea come un soggetto debole: non perché l’Europa sia irrilevante, ma perché sa di poter sfruttare le sue divisioni, le sue lentezze e le sue dipendenze strategiche. E questo è il punto che molti fingono di non capire: il problema dell’UE non è l’assenza di peso, ma l’incapacità di trasformare il suo gigantesco peso economico in potere politico, militare e diplomatico. Se fosse davvero insignificante, Washington non avrebbe bisogno del supporto europeo su basi, logistica e spazio aereo nelle crisi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Il fatto stesso che continui a cercarlo dimostra il contrario: l’Europa conta, ma troppo spesso si comporta come se non contasse.
Ed è qui che il discorso si incrocia con il teatrino italiano. Perché in Italia c’è un pezzo di opinione pubblica e di classe politica che si riempie la bocca di pace, legalità internazionale e diritti, ma applica questi principi solo quando il colpevole è l’America o, più in generale, l’Occidente. Si condanna l’uso della forza americana come fosse il male assoluto, ma si relativizza l’aggressione russa come “contesto”. Si denuncia l’autoritarismo degli avversari occidentali, ma si finisce per indulgere verso regimi e movimenti violentemente anti-occidentali purché abbiano la bandierina giusta.
Così si manifesta o si simpatizza per il chavismo anche dopo anni di repressione in Venezuela, con proteste schiacciate, arresti di massa e oppositori trattati come nemici interni; la stessa Reuters ha ricostruito che dopo il voto contestato del 2024 il sistema di Maduro ha intensificato la repressione, con più di due dozzine di morti e circa 2.400 arresti. E allo stesso modo c’è chi continua a trattare Hamas come un simbolo di “resistenza”, rimuovendo il fatto elementare che il 7 ottobre 2023 i miliziani guidati da Hamas hanno ucciso circa 1.200 persone e preso 251 ostaggi, e che anche organismi internazionali hanno attribuito ad Hamas gravi crimini contro i civili.
Questa non è coerenza morale. Non è pacifismo. Non è nemmeno anti-imperialismo. È campismo ideologico allo stato puro: il mondo diviso in buoni e cattivi non in base a ciò che fanno, ma in base a chi sfidano. Se opprimono il proprio popolo ma odiano Washington, allora diventano “compagni di strada”. Se massacrano civili ma combattono l’Occidente, allora diventano “resistenza”. Se reprimono il dissenso, censurano, incarcerano e terrorizzano, poco importa: basta che non stiano dalla parte americana.
Il collante vero di questa postura non è la pace, ma l’antiamericanismo. Tutto il resto — i diritti, i popoli, la sovranità, il diritto internazionale — viene tirato fuori solo quando serve a colpire sempre lo stesso bersaglio. Si grida contro l’imperialismo, ma solo quando parla inglese. Si invoca la libertà, ma solo quando conviene contro l’Occidente. Si predica il pacifismo, ma poi si chiude un occhio davanti a chi sequestra ostaggi, reprime oppositori o soffoca proteste nel sangue.
Per questo da questi soggetti mi dissocio senza esitazioni. Perché davanti alla necessità di una politica estera seria, adulta e coerente, preferiscono il riflesso condizionato, il tifo, la propaganda travestita da coscienza critica. Non cercano un principio: cercano un nemico fisso. E quel nemico, guarda caso, è quasi sempre il Paese o il blocco di Paesi in cui sei ancora libero di insultare il governo, contestare il potere, scrivere idiozie, manifestare in piazza e pubblicare ogni giorno la tua indignazione senza sparire in una cella o sotto un regime che ti zittisce.
Il paradosso è tutto qui: dicono di combattere l’oppressione, ma odiano il mondo che consente loro di dirlo liberamente. Come se il loro vero problema non fosse la guerra, non fosse la violenza, non fosse nemmeno l’imperialismo: fosse la libertà.