Il numero di medici per 1.000 abitanti è un indicatore chiave per confrontare la dotazione di personale sanitario nei diversi Paesi europei. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’OECD, emergono differenze rilevanti tra i principali Paesi dell’Europa occidentale.
L’Italia si colloca ai vertici europei, con una densità di medici nettamente superiore alla media. La Germania e la Spagna presentano valori elevati e superiori alla media OCSE, mentre la Francia si attesta su un livello più contenuto, sostanzialmente in linea con la media europea.
Questi dati mostrano come l’Europa presenti modelli molto diversi di dotazione medica; tuttavia, la quantità di medici non esaurisce il tema della qualità e dell’accessibilità dei servizi sanitari, che dipendono anche da distribuzione territoriale, età del personale e organizzazione dei sistemi sanitari.

Se però guardiamo il confronto con i medici ospedalieri, il quadro cambia in modo significativo. Nonostante l’Italia sia tra i Paesi europei con il maggior numero complessivo di medici per abitante, la quota di professionisti che lavora stabilmente negli ospedali è più bassa rispetto a Germania e Francia, ed è solo in linea con quella della Spagna.
In Italia, infatti, solo circa un quarto dei medici attivi è impiegato come dipendente ospedaliero, mentre una parte molto ampia opera nel territorio, nella medicina convenzionata o in libera professione. Nei sistemi tedesco e francese, invece, l’ospedale assorbe una quota più elevata di medici specialisti, rendendo più robusta la dotazione di personale nelle strutture di ricovero.
Questo squilibrio aiuta a spiegare un apparente paradosso del sistema sanitario italiano: molti medici nel complesso, ma pochi negli ospedali, soprattutto nei reparti più esposti come emergenza-urgenza, anestesia e medicina interna. Il confronto europeo suggerisce quindi che il problema italiano non è tanto la quantità di medici formati, quanto la loro collocazione e capacità di essere trattenuti nel lavoro ospedaliero. Ma perché?
Se guardiamo il confronto con i medici ospedalieri, un fattore chiave è quello retributivo. In Italia gli stipendi dei medici ospedalieri sono sensibilmente più bassi rispetto a quelli di Germania e Francia, e solo in parte comparabili con quelli della Spagna.
Questo rende il lavoro in ospedale meno attrattivo, soprattutto a fronte di carichi elevati, turni gravosi e responsabilità crescenti. Il risultato è un sistema che, pur formando molti medici, fatica a trattenerli nelle strutture ospedaliere, favorendo invece il passaggio verso il territorio, la libera professione o, in alcuni casi, l’estero.

Per bilanciare questa discrepanza e invertire la rotta servono risorse e per trovarle basterebbe agire su due punti:
- limitare la medicina difensiva
- copiare il sistema premiale degli ospedali privati
Oggi un medico prima di fare una diagnosi – per evitare una potenziale causa – è costretto a far fare tac, risonanza magnetica, ecografie, analisi varie ecc. perché l’intuito e l’esperienza non contano più in tribunale, con ala conseguenza che si ingolfa il sistema, si aumentano i costi e soprattutto si ritarda per – motivi tecnici – la diagnosi e quindi la potenziale cura.
Secondo punto, occorre intervenire sul sistema DRG (Diagnosis Related Group o Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi). Questo sistema è stato introdotto in Italia nel 1995 con l’obiettivo di standardizzare i costi e in base al gruppo di malattie l’ospedale riceve un contributo. Il privato accreditato riceve lo stesso finanziamento ma con un numero limitato di interventi possibili. In questi ospedali il medico riceve uno stipendio ed una percentuale in base agli interventi e questo vale anche per l’equipe. Perché non farlo nel pubblico? Così facendo, i medici non scapperanno più dal pubblico per andare nel privato.