CIBO: la “sostenibilità sarà premiata dal consumatore più dell’origine!

Il 25 settembre 2017 è stata approvata dalle Nazioni Unite l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, una sorta di cronoprogramma per il raggiungimento della sostenibilità attraverso 17 obiettivi (Sustainable Development Goals – SDGs): sconfiggere la povertà, sconfiggere la fame, salute e benessere, istruzione di qualità, parità di genere, acqua pulita e servizi igienico-sanitari, energia pulita e accessibile, lavoro dignitoso e crescita economica, imprese innovazione e infrastrutture, ridurre le disuguaglianze, città e comunità sostenibili, consumo e produzioni responsabili, lotta contro il cambiamento climatico, vita sott’acqua, vita sulla terra, pace giustizia e istruzione solide, partnership per gli obiettivi.

In questo contesto, è evidente che se parliamo di clima, di fame, povertà, acqua ed energia pulita, lavoro dignitoso, produzioni responsabili, anche l’agricoltura sarà chiamata a fare la sua parte. Su questa scia, anche la Commissione Europea aspira ad indirizzare il contributo della PAC (politica agricola dell’unione, che ad oggi rimane la politica più consistente) sia alle dieci priorità della Commissione che agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. La direzione da seguire è quindi chiara: il futuro, anche agricolo, è nello sviluppo sostenibile!

Tre sono le priorità che più mi sembrano rilevanti, cito la maggiore resilienza in relazione ai mercati; le produzioni più sostenibili; il progresso nel ricambio generazionale. Il tema della resilienza è sollecitato dalle gravi crisi di mercato che si sono succedute negli ultimi anni, che mostrano una incapacità degli attuali strumenti di stabilizzare il reddito degli agricoltori. Il tema della sostenibilità è ormai fortemente radicato negli obiettivi delle politiche agricole, ma c’è ancora grande distanza tra quanto auspicato e i risultati effettivamente raggiunti. Poi c’è il tema del ricambio generazionale, presente del dibattito europeo fin dalle origini della Politica Agricola Comune ma evidentemente mai risolto e ancora oggi attualissimo.

Mi soffermerò sulla sostenibilità, perchè questa non è soltanto un concetto ambientale, ma anche sociale ed economico. Questo cambio di paradigma però – se vogliamo fare il focus sull’agricoltura – richiede un notevole sforzo di comprensione delle numerose dinamiche del sistema alimentare e per questo sono convinto che la transizione verso un sistema sostenibile sia impossibile senza un cambiamento nel modello di consumo.

Un salto di qualità è necessario, poiché di risorse destinate alle azioni agro-ambientali ne sono state spese tante ma forse di risultati se ne sono visti pochi. Si chiede quindi alla politica un cambio di paradigma tecnico-economico, tale da incoraggiare attraverso una serie di strumenti come  ricerca, innovazione, formazione, tassazione … questo passaggio. Oggi sentiamo parlare di agro-ecologia, intesa come combinazione ottimale tra specie e varietà animali e vegetali in relazione alle condizioni specifiche del contesto locale. Sarà questa la soluzione?

La Commissione Europea ha lanciato la strategia dell’economia circolare. Ridurre drasticamente lo spreco attraverso il coordinamento tra attività produttive per il recupero degli scarti e la riprogettazione dei prodotti e dei processi e qui, torniamo al cambiamento nei modelli di consumo. Poi abbiamo la bioeconomia, concetto che ingloba l’agricoltura all’interno di un più ampio settore economico accomunato dall’utilizzo dei processi biologici, punta sulla valorizzazione delle biomasse – in particolare quelle di scarto e di terreni marginali – per ridurre la dipendenza da risorse fossili; su questo tema il Governo sta lavorando al FER2 per capire come procedere su biogas e biomassa. Il Global Food Forum invece punta sulla ‘Smart Agriculture’, basata su un massiccio impiego di tecnologie dell’informazione e l’utilizzo dei “big data”.

Se la necessità di promuovere nuovi paradigmi è fuori discussione, il vero salto di qualità dipenderà dalla capacità del sistema di superare il dualismo – o la separazione – tra competitività e rispetto dell’ambiente. Non è facile ma lo dovremmo fare, perché la natura troverà comunque un equilibrio con o senza di noi.

Tra l’altro la realtà ci mostra che in molti settori di mercato questo dualismo è già superato, in quanto i valori ambientali rappresentano un fattore di creazione del valore di fronte a consumatori sempre più attenti. La crescita del biologico corre su due cifre e un numero crescente di imprese alimentari si è dotato di strategie di sostenibilità, che implicano obblighi contrattuali da parte degli agricoltori, trasparenza dell’informazione e coordinamento di filiera a partire da una ‘promessa’ di sostenibilità nei confronti dei consumatori.

Aziende sostenibili o prodotti sostenibili? esistono? chi li certifica?

Come abbiamo visto, la sostenibilità è un concetto molto ampio che coinvolge tutte le fasi della filiera produttiva, con una strategia trasversale ed un piano strategico ben definiti.

Ho avuto la possibilità di visitare molte aziende, ma una, su questo tema, mi ha stupito. È un’azienda Toscana che ha deciso di intraprendere un percorso caratterizzato da strumenti di gestione che hanno determinato un forte orientamento aziendale verso la sostenibilità, prima con l’ottenimento di due certificazioni dei propri sistemi di gestione, ISO 9001 e ISO 14001. Successivamente, e perché lo richiedeva il mercato europeo, ha ottenuto due standard qualitativi relativi alla sicurezza alimentare IFS e BRC. Nel 2005 questa azienda, è stata la prima azienda vitivinicola al mondo ad ottenere la certificazione etica SA8000, che garantisce e verifica l’equità e la correttezza dei rapporti di lavoro attinenti alla responsabilità sociale. Nel 2017 ha lavorato con la norma OHSAS 18001, standard per avere un sistema di gestione della sicurezza e della salute dei lavoratori, per finire con il certificato AEO (Full), Authorized EcoOperator, rilasciato dall’agenzia doganale.

Vi ho raccontato questo per farvi riflettere anche sul percorso, che non è semplice e sicuramente molto impegnativo sotto tanti aspetti per l’azienda che l’affronta. E qui la domanda: siamo disposti a spendere di più per questo? SI, c’è mercato nel settore della sostenibilità che, a mio avviso crescerà più di quello delle denominazioni d’origine.

Visto che oggi è la domanda che fa l’offerta e il consumatore guarda al prodotto, ritengo che la sostenibilità la si debba mettere in etichetta in modo tale che sarà il consumatore a scegliere. Personalmente non vedo altre strade.

A questo punto vi racconto di un progetto, che spero possa avere diffusione in tutte le aziende. Nasce con il vino perché è tutto tracciato, ma è sicuramente da esempio per estenderlo a tante altre filiere. Il tutto – come al solito – ha una spinta internazionale, sia dell’UE che dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigne e del Vino che, nell’ottobre 2016  ha adottato all’unanimità una risoluzione n° CST 518-2016 contenente i PRINCIPI GENERALI DELL’OIV SULLA VITIVINICOLTURA SOSTENIBILE – ASPETTI AMBIENTALI, SOCIALI, ECONOMICI E CULTURALI).

Il bello, è che questo progetto è dello Stato e si chiama VIVA (2011). Il Ministero dell’Ambiente, nell’ambito del progetto “La Sostenibilità della Vitivinicoltura in Italia”, con la collaborazione del: Centro di Ricerca Opera per la sostenibilità in agricoltura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Centro di Competenza Agroinnova dell’Università di Torino (2011-2014) ha elaborato un disciplinare per la misura delle prestazioni di sostenibilità della filiera vite-vino.

Il disciplinare è composto da 4 documenti tecnici per l’analisi dei quattro indicatori da parte delle aziende ARIA, ACQUA, TERRITORIO e VIGNETO e da un Allegato contenente le procedure di verifica per gli enti certificatori. Il video seguente illustra il funzionamento.

Ci sono anche dei progetti privati altrettanto interessanti, ma credo che alla fine occorra un “cappello nazionale”  univoco, che diventi un’etichetta che il consumatore riconosca, solo così potremmo fare la nostra parte.

La “sostenibilità” a breve varrà più della denominazione, pertanto mi sento di dire con assoluta certezza che la sostenibilità conviene anche al portafoglio!

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