Made in Italy’ obbligatorio: La tutela dei marchi nostrani è la tutela delle imprese italiane, del know how e dei consumatori

“L’Italia è il primo produttore di calzature nell’Unione Europea e il dodicesimo produttore di calzature per numero di paia nel mondo. Oggi, però, il calzaturiero italiano ha bisogno urgentemente di una politica industriale efficace che sostenga il settore, a partire dalla necessità di riportare la manifattura italiana al centro del dibattito istituzionale del Paese, fino ad arrivare alla difesa della qualità e unicità del ‘made in Italy’ nel mondo”.

Questa una parte del mio intervento di ieri al convegno, che si è tenuto ieri nella sede del Senato della Repubblica, intitolato “Industria della calzatura: il bisogno di accelerare la ripresa del comparto attraverso un’efficace politica industriale a sostegno del Made in Italy. Quali prospettive future”, organizzato da Assocalzaturifici.

Ci sono Paesi – ho sottolineato – che il ‘Made in’ obbligatorio non lo vogliono, ma per la nostra nazione non avere una tale norma, rappresenta un danno economico notevole: l’Italia, con i suoi rappresentanti, può e deve fare di più, poiché la tutela dei marchi italiani è la tutela delle imprese italiane, delle competenze e del lavoro. Per questo, come M5S, tre settimane fa abbiamo fatto approvare una risoluzione in commissione Attività Produttive, per chiedere al Governo di attivarsi in maniera concreta, perché il ‘Made in’ non è solo un fatto commerciale ma, soprattutto, di sicurezza nei confronti del consumatore.

Il primo step che Calenda deve compiere – ho proseguito – è la convocazione a Roma di quei Paesi che in Europa si sono espressi favorevolmente per la creazione degli Stati Generali del ‘Made in’ e, successivamente, trovare un accordo per intraprendere insieme un percorso che cambi le regole unionali. Altrimenti il rischio è che, continuando a lasciare carta bianca ad ognuno, si amplieranno le diversità e, come all’interno di una coppia, se non ci si viene incontro, difficilmente finirà bene. Possiamo tornare competitivi e realizzare il reshoring, in considerazione del fatto che logistica, controllo e invio di know how all’estero costano di più. Inoltre, bisogna iniziare a vedere la decontribuzione non più come una spesa, ma come investimento a brevissimo ritorno: ridurre il costo del lavoro aumenterebbe occupazione, consumi e quindi tasse.

Basti pensare – ho concluso – che già solo riportando le produzioni in Italia, si potrebbero creare 20mila posti di lavoro. Gli imprenditori, su questo tema, avranno sempre un appoggio da parte mia e del Movimento 5 Stelle: quindi, torniamo a comprare ciò che è italiano”.

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