Gestione della selvicoltura per la prevenzione degli incendi boschivi

“Prevenire è meglio che curare”“inutile piangere sul latte versato”, ecc ecc. Potrei continuare con altre frasi fatte, ma allo stato delle cose non possiamo che colpevolizzare la classe politica di ogni livello perchè di letteratura sulla prevenzione incendi ne abbiamo moltissima e basta solo rendere operativo quanto già è pianificato su carta senza doverci inventare nulla.

Oggi, con le prime piogge voglio parlare di questo tema con l’augurio che le mie parole non cadano nel vuoto in modo da essere pronti per il futuro.

Di fatto, l’abbandono di molte aree rurali con la naturale espansione dei boschi nei terreni agricoli e nei pascoli abbandonati con una riduzione delle attività selvicolturali causano un aumenta della biomassa combustibile. Questo, unitariamente a particolari condizioni climatiche durante l’estate determinano una diffusa suscettività dei boschi agli incendi.

Chiaro è che occorre una pianificazione antincendio ed il legislatore con la legge 350/2000 ha previsto interventi atti a migliorare l’assetto vegetativo degli ambienti naturali anche a fini antincendio. In seguito il D.Lgs. 227/2001 evidenzia il primato della selvicoltura come diretta non solo allo sviluppo socioeconomico ma anche alla salvaguardia ambientale.

Il “combustibile” in bosco puo’ essere efficacemente modificato influenzando così la capacità d’innesco tramite operazioni di gestione o pratiche che, tecnicamente mirano a ridurre la “scala dei combustibili”, in parole povere la “continuità verticale” che è rappresentata dall’abbondanza di arbusti e da necromassa nelle parti basse delle chiome arboree. Queste pratiche fanno si che un incendio radente in un “bosco pulito” possa diventare un “incendio di chioma”.

Nelle regioni meridionali (dati 2001-2010) sono stati prelevati mediamente 1,93 milioni di mc di biomassa legnosa a fronte di una produzione 8,7 milioni (appena il 22%). Sono produzioni elevate solo parzialmente utilizzate e che quindi contribuiscono ad aumentare la biomassa potenzialmente incendiabile.

Parlando di altre cose da fare, un ruolo fondamentale per la sicurezza boschiva è data dai viali tagliafuoco. Ovviamente per mantenere efficiente un viale è necessaria una manutenzione ottenibile con vari tipi di intervento che vanno dal taglio programmati al pascolo. Oltre questo poi ci sono gli interventi di diradamento dal basso, che servono per aumentare la distanza dalle chiome, operazione che oltre a ridurre il rischio d’incendio aumenta anche la resistenza degli alberi. Dire che un bosco o un albero non si taglia a prescindere è un errore, il bosco va gestito!

Insomma numerosi sono gli interventi che si potrebbero fare e che non si fanno. Vi immaginate che bei boschi puliti potremmo avere? Aumenterebbe il turismo, avremmo materiale legnoso da utilizzare per scopi diversi e quanti posti di lavoro si potrebbero creare per non parlare poi dei prodotti del bosco in più che si potrebbero raccogliere.

Vediamo adesso un altro aspetto, quello relativo alla messa in sicurezza delle arie densamente abitate in prossimità di territori forestali. Nelle zone di confine, dette d’interfaccia, può provenire ed arrivare l’incendio essenzialmente perchè sono zone marginale, abbandonate che nessuno cura.

La legge nazionale citata sopra attribuisce alle Regioni la responsabilità della redazione dei piani in materia di incendi boschivi ma relativamente alle aree di interfaccia (WUI, wildland-urban interface) non vi sono dettagli per la gestione del combustibile forestale i responsabili però della programmazione e previsione sono il Capo della Protezione Civile, il presidente della Regione e i Prefetti delle rispettive province. Ad ogni modo nel 2007 è stato predisposto il Manuale operativo per la predisposizione di un Piano comunale o intercomunale di protezione civile dove si parla anche degli interventi nelle WUI. La domanda è: tutti i Comuni lo hanno ?

Voglio chiudere questo post parlando di pianificazione. Se non capiamo che la politica seria deve essere programmatica continueremo a piangere i morti e la colpa è di tutti, dei politici che non sanno o non fanno e dei cittadini che continuano a scegliere sempre i soliti e a non partecipare.

La pianificazione forestale può’ essere realizzata a livello territoriale, di comprensorio e di azienda. Relativamente agli incendi boschivi esistono i piani antincendio (AIB). Per i Parchi Nazionali il Ministero dell’Ambiente ha definito delle linee guida. Relativamente alla singola proprietà forestale  invece occorre fare una riflessione diversa perchè essendo quest’ultima il 66% della superficie totale e di piccola dimensione gli interventi devono vedere una aggregazione tra i soggetti che deve essere “oliata” dalla politica in modo da essere standardizzata e organizzata. Una soluzione è identificabile nei piani di assestamento forestale ma che ad oggi ancora non sono diffusi.

Come avete potuto leggere, non si deve inventare nulla ma si deve agire. Ho elencato le leggi, le responsabilità e le soluzioni con tutte le fonti. Mi auguro di essere stato di aiuto a tutti i cittadini perchè la prossima volta che hanno un problema non si limitino solo a scrivermi o sperare che qualcuno risolva per loro i problemi – io mi impegno ma non ho la bacchetta magica – ma partecipino anche denunciando alle autorità le mancanze o chiedendo al proprio comune o al Prefetto il piano di protezione civile o alla Regione il piano d’intervento per gli incendi boschivi.

Cominciamo tutti a fare pressing affinché i nostri amministratori, fintanto che non cambieranno, rispondano ai propri elettori.

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