L’irrigazione in Italia e chi la gestisce

La gestione della risorsa idrica è fondamentale. In Italia, lo sviluppo agricolo delle diverse aree del Paese è stato fortemente legato all’accesso all’acqua e agli ordinamenti colturali irrigui hanno sempre rappresentato un punto di forza in termini di reddito e di occupazione.

Tra le maggiori sfide che l’agricoltura italiana dovrà affrontare nei prossimi anni, vi è il rafforzamento delle strutture irrigue che permetta un uso più intelligente della risorsa idrica. Con questi obiettivi il ruolo delle istituzioni è fondamentale, il Ministero dell’Agricoltura e dell’Ambiente, le Regioni con i loro assessori, i Consorzi di Bonifica e gli altri Enti Irrigui. In questo scenario,anche gli agricoltori e le loro associazioni dovranno fare la loro parte.

Nel nostro Paese l’irrigazione ha origine lontanissime. Si parte dagli Etruschi, ai Romani fino ai Savoia. La prima norma dopo l’Unità d’Italia è la legge 18 giugno 1889 poi divenuto Testo unico n°195 del 22 marzo 1900. Il quadro normativo moderno si basa sul regio decreto n° 1775 del 1933 che sarà modificato dalla legge Merli (1976) e Galli (1994). Successivamente si sono aggiunte le leggi di decentramento e il D.Lgs. 300/99 che hanno riordinato le funzioni tra Stato e Regioni. In ultimo, occorre ricordare la direttiva 2000/60/CE detta Direttiva Acque. Tale disposizione è stata recepita con il codice ambientale (D.Lgs 152/06).

La direttiva e la sua applicazione ha introdotto i distretti idrografici da Nord a Sud: Padano, Alpi orientali, Bacino pilota del Serchio, Appennino settentrionale, Appennino Centrale, Appennino meridionale, Sicilia e Sardegna. A livello di gestione, fatta salva la pianificazione a livello di distretto idrografico, l’uso irriguo dell’acqua rimane affidato agli Enti irrigui (Consorzio, associazioni ecc). Il SIGRIAN ci dice che, esclusa la provincia autonoma di Bolzano, gli enti irrigui attivi in italia sono 489 per una superficie amministrata di circa 20 milioni di ettari, con 5000 fonti di approvvigionamento con una rete di trasporto e adduzione di 23.000 km.

Mantenere questo sistema ha un costo, per questo agli Enti che gestiscono l’irrigazione è attribuito un potere impositivo, in modo da recuperare quanto è stato speso per la gestione irrigua, ripartendo la spesa tra gli utenti in proporzione ai benefici ricevuti. La misura del beneficio irriguo è valutato sulla base di indici che i singoli Enti devono determinare con apposito atto che i Consorzi chiamano Piano di Classifica. Su questo tema, l’analisi dei dati SIGRIAN, ha evidenziato che esiste una elevata variabilità dei contributi sia tra i distretti che tra gli Enti. A livello generale si riscontra la tipologia monomia (bonifica+irrigazione) e binomia (bonifica separata da irrigazione) e in generale viene espressa  in euro/ettaro attrezzato o irrigato. A titolo di esempio si passa dai 0,62 e/ettaro della Valle d’Aosta ai 2000 e/ettaro irrigato nella provincia di Trento. Esiste anche il pagamento al mc, metodo considerato più efficiente e i range vanno dai 0,04 e/mc ai 6,3 e/mc e puo’ essere anche stagionale. In qualche caso e per servizi specifici sono previsti anche contributi aggiuntivi.

Il 24 febbraio 2015 il Ministero dell’Ambiente emana decreto per regolamentare i criteri di calcolo del costo ambientale e il costo della risorsa per i vari settori d’impiego. Infine il 31 luglio 2015 il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali approva le linee guida per la regolamentazione da parte delle regioni delle modalità di quantificazione dei volumi idrici. All’art. 3 si chiede di uniformare i metodi di stima per la raccolta dei dati sui volumi irrigui.

Questi due impegni sia per gli Enti che per le Regioni devono essere recepiti entro il 31 dicembre 2016 e per questo ho scritto una lettera all’assessore Cecchini.

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